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"Oltre sé stessi" Superare i propri limiti per diventare un grande performer - Sport coaching

Aggiornato il: feb 3




Intervista a Giorgio Nardone e Stefano Bartoli autori di "Oltre sé stessi" tratto dalla Rubrica di Psicologia di Daniela Gioria del mensile "Pallavolo Supervolley"


Andare “oltre sé stessi”, superare i propri limiti e quali sono le caratteristiche mentali di un performer di alto livello: sono i temi di cui vi voglio parlare seguendo l’approccio della mia formazione attraverso il master in “Problem solving strategico e comunicazione”, quello in “Scienza della performance e coaching strategico” e la scuola di psicoterapia breve strategica di Arezzo.

Ho scelto di farlo attraverso le parole degli autori del libro “Oltre sé stessi”: il prof. Giorgio Nardone, rinomato psicoterapeuta e coach fondatore insieme a Paul Watzlawick del Centro di terapia strategica di Arezzo, figura di maggior spicco della tradizione della scuola di Palo Alto, e il dott. Stefano Bartoli, direttore operativo del Centro di terapia strategica, trainer internazionale del modello strategico e braccio destro del prof. Nardone.


Cosa si intende di preciso con il termine performance e quali sono le caratteristiche fondamentali a cui deve puntare un atleta per eccellere nel suo sport?


BARTOLI: «Il termine performance deriva dal latino “per-formare” che vuol dire “dare una forma”. Quando parliamo di performance parliamo, quindi, di creare una certa forma per ottenere un determinato livello di esecuzione.

La “forma” più idonea da creare dipenderà, poi, dal tipo di atleta e da quale sarà l’obiettivo che vorrà raggiungere. Possiamo dare una forma dal punto di vista tecnico, fisico e ovviamente, nel nostro campo, il consulente che segue l’atleta dovrà dare una forma mentale, quindi stimolare la creazione di un mindset [una forma mentis] per far sì che, durante la sua prestazione, l’atleta possa esprimere al massimo le proprie potenzialità, in relazione a quelle che sono le sue caratteristiche.

Un errore che viene fatto spesso è quello di snaturare le caratteristiche innate di un atleta, quando invece queste vanno rispettate e potenziate».


Come prima prerogativa del performer straordinario si parla di determinazione resiliente: oggi in una società che tra i ragazzi allena poco queste caratteristiche e che trova spesso i giovani adulti senza i “muscoli” di determinazione e resilienza allenati, come si possono migliorare queste attitudini così importanti nel mondo del lavoro e nello sport?


BARTOLI: «Purtroppo resilienza e determinazione non sono dotazioni con le quali nasciamo, ognuno le costruisce da sé e tutti possono diventare sia resilienti che determinati. Ovviamente la miglior cosa sarebbe quella di creare la struttura mentale della resilienza e della determinazione fin da piccoli. In questo senso diventa indispensabile il ruolo dei genitori nell’esporre gradualmente i figli a piccole difficoltà che possono esser superate, in modo tale che la costruzione della propria personalità e della propria percezione di autoefficacia avvenga fin da giovanissimi.

Al giorno d’oggi l’iperprotezione di molti genitori impedisce alle nuove generazioni di sviluppare queste due importanti caratteristiche».


Come si può fare per migliorarle?

BARTOLI: «In primo luogo, esponendosi gradualmente a delle difficoltà, concedendosi la possibilità di sbagliare: senza errori non potremmo sviluppare la resilienza.

In secondo luogo, fare qualcosa di nuovo ogni giorno e cimentarsi in compiti di maggiore difficoltà ci permette di sviluppare quelle caratteristiche che insegnano a rialzarsi in piedi. Un detto giapponese recita: “Cadi sette volte, alzati otto”.

Rialzarsi sempre rappresenta la resilienza, sapersi rialzare nella direzione corretta rappresenta la determinazione e quest’ultima contempla sempre l’obiettivo che vogliamo raggiungere.

Questo processo di esposizione alle difficoltà si può applicare sia nello sport che nella vita quotidiana».


Autori di "Oltre sé stessi" - a sinistra Stefano Bartoli e a destra Giorgio Nardone

La seconda prerogativa riguarda la flessibilità: un campione è qualcuno che riesce a rimanere flessibile per adattarsi al cambiamento mantenendo i capisaldi dei comportamenti che lo hanno portato al successo.

Come si può allenare la flessibilità per adattarsi a imprevisti e cambiamenti dei vari periodi della carriera sportiva?


BARTOLI: «La flessibilità è uno dei concetti che viene spesso citato, ma bisogna fare una precisazione: la vera flessibilità è la capacità di diventare estremamente rigidi e, all’opposto, estremamente flessibili.

Coloro che non sono in grado di irrigidirsi non possono essere ritenuti flessibili. In questo caso la natura ci viene in aiuto, basta prendere ad esempio l’acqua: può essere durissima quando si trasforma in ghiaccio fino a diventare impalpabile, quando cambia stato, evaporando.

La capacità del performer straordinario è proprio questa: sapersi adattare alle situazioni, ovvero essere rigidi quando necessario, come cambiare immediatamente e diventare estremamente morbidi, quando una situazione diversa lo richieda.

Possiamo sviluppare la capacità di allenare la flessibilità quando diveniamo capaci di vedere la realtà da più punti di vista. Il costruttivismo radicale ci insegna che una realtà può essere percepita in molti modi ed è a seconda di come la percepiamo che reagiamo ad essa.

Come insegna il prof. Nardone, con il quale ho la fortuna di collaborare in maniera stretta da anni, la flessibilità si sviluppa chiedendosi in quali altri modi è possibile interpretare una situazione, pensando ad esempio a come vedrebbe quella situazione un nostro amico, un nostro maestro, un nostro compagno, in modo di aver la possibilità di scegliere quella che sarebbe più funzionale rispetto al raggiungimento del nostro obiettivo. A questo proposito Paul Watzlawick disse: “La cosa più pericolosa nell’essere umano è l’illusione che esista una sola ed unica realtà”».


Nel libro si parla di “incoscienza educata”: siamo convinti di utilizzare la razionalità molto più di quanto in realtà accada.

Da cosa siamo mossi veramente e come possiamo trovare un equilibrio tra emozioni e ragione per esprime una prestazione eccellente?


NARDONE: «Gli studi sulle neuroscienze ci indicano come l’80% di ciò che facciamo rimane sotto il livello della coscienza. Questo ci indica che se un performer nel momento dell’esecuzione del gesto tecnico iniziasse a pensare razionalmente a tutto quello che deve fare arriverebbe in ritardo o si bloccherebbe. Quindi lo stato migliore per creare una performance di alto livello è quello di lasciare andare in gara, completamente senza filtri cognitivi, il gesto tecnico che è stato educato attraverso l’allenamento: saper bilanciare questa caratteristica, in cui la nostra incoscienza è stata educata nell’esecuzione tecnica, diventa, attraverso una trance performativa, quello stato di grazia che ci permette di creare delle performance di alto livello. Il processo di sviluppo di qualsiasi alta prestazione sta proprio nell’educare prima il gesto tecnico, dopo di ché lasciarlo libero di uscire automaticamente senza l’influenzamento della ragione».


Nel libro si parla anche di due tipi di attitudine, una più istintiva-creativa e l’altra più riflessiva-analogica.

In sport di situazione come la pallavolo e il beach volley quale attitudine è più importante sviluppare e come allenarla?


BARTOLI: «Una mente che ha una percezione più globale non è detto che sia migliore di una persona che ha un funzionamento più analitico, quindi più lento: ogni modalità di percepire e reagire alla realtà ha le sue peculiarità e caratteristiche.

Il segreto sta nel come gestiamo la percezione e poi la reazione allo stimolo, che determina l’attitudine del performer. Se noi volessimo potenziare un atleta in un processo di miglioramento della prestazione dovremmo assolutamente inquadrare il suo stile di percezione, per non snaturarlo ma, al tempo stesso, educarlo ad essere ancora più performante. Se al contrario invece cerchiamo di trasformare la sua percezione da creativa ad analitica, sciupiamo il suo dono, il suo talento, esattamente come accade se cerchiamo di forzare un atleta con percezione analitica ad essere troppo creativo. Entrambi possono essere performer di alto livello, se imparano a gestire bene la globalità e l’analiticità senza rimanerne intrappolati.

Negli atleti che esprimono grandi performance si osserva che coloro che hanno una percezione globale e istintiva hanno comunque sviluppato una capacità di valutazione analitica, così come coloro che sono nati con una percezione analitica riescono a sviluppare anche una percezione globale.

Diventa quindi essenziale, in un processo di miglioramento della performance, prendere in considerazione la tendenza naturale di percezione dell’atleta e da lì potenziarla senza snaturarne le peculiarità vincenti».


Può capitare che la performance si “blocchi” e l’atleta non riesca più ad esprimersi ai livelli precedenti. Ne viene descritto un esempio molto articolato nel suo libro scritto insieme ad Aldo Montano e Giovanni Shirovic, “Risorgere e vincere”.

Cosa si può fare quando un atleta non riesce più ad esprimersi a livelli che aveva raggiunto in precedenza?


NARDONE: «Quando un atleta sente che la sua prestazione non è più ottimale dovrebbe rivolgersi a qualcuno che lo aiuti a sbloccarsi.

Questa sembra una risposta banale ma diventa essenziale, perché è nota caratteristica dell’essere umano che la maggior parte dei problemi resta, e si mantiene nel tempo, proprio in seguito ai tentativi errati nel cercare di risolverli. Per cui, quando sente che la sua performance sta calando, un atleta di alto livello dovrebbe avere nel suo entourage un punto di riferimento, uno psicologo o un coach che lo segua per far sì che si sblocchi rapidamente per tornare a fare grandi prestazioni.

In questo diventa fondamentale la rapidità: se un intervento di coaching funziona deve farlo in tempi brevi e non deve snaturare l’atleta, ma semplicemente sbloccargli il meccanismo che si è inceppato, esattamente come avviene nel processo terapeutico.

Se invece il coach inizia a lavorare su tutto quello che è il sistema di percezione e reazione del sistema dell’atleta o addirittura inizia a lavorare sul suo passato, mettendo ancor più dubbi su quello che ha fatto fino ad ora, beh, questo non aiuterà ma anzi, il destino nefasto è che potrà mandare ancor più in confusione l’atleta.

Per questi motivi l’intervento deve essere tempestivo e chirurgico nello sbloccare il meccanismo inceppato, per poi lavorare per potenziare la performance.

Quando parliamo di atleti di alto livello parliamo di persone che sono abituate all’eccellenza e se decidono di rivolgersi a dei professionisti della performance, questi dovranno avere altrettante performance di alto livello nel loro ambito.

Per essere dei consulenti di alto livello è necessario fare una scuola ed un percorso serio. Non sono sufficienti un paio di fine settimana di un corso per diventare esperti: ciò è essenziale perché il lavoro del coach e del consulente è estremamente prezioso ed utile se uno lo sa fare.

Riuscire a creare nell’altro un’alta prestazione è, di per sé, già un’alta prestazione.

L’idea perciò è che un performer straordinario si rivolga ad un altro performer straordinario nell’ambito del mentale».


Link per approfondire:

www.centroditerapiastrategica.com

www.giorgionardone.com

www.stefanobartoli.com


Autrice dell'articolo: www.danielagioria.com

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